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#SUDIARY | “Create un team e cambiate il mondo: a SU è il momento di fare startup”

Che fanno a Singularity University un olandese, un messicano e un’italiana. Fanno un team che  dovrebbe diventare una startup rivoluzionaria nel campo dell’educazione.
Ma chi siamo realmente? Un olandese con MBA ottenuto alla LBS (London Business School) e al prestigioso MIT, già con un’altra sua startup avviata nel campo dell’education e big data analysis che mira al concetto di educazione personalizzata. Poi il messicano con laurea in ingegneria industriale ma anche un forte profilo business e due società di successo alle spalle nel campo dell’e-commerce e pagamenti online. Entrambi imprenditori con 15 anni di esperienza e due exit alle spalle. E poi, last but non least, ci sono io, una giovane attrice dedicata a modernizzare il sistema educativo e con la mia esperienza in questo campo con Staanoi che sta introducendo nelle scuole in Italia le così chiamate “21st century skills” per insegnare ai ragazzi come scoprire le loro passioni e avere successo dopo il liceo.

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Le nostre diversità sono unite dalla visione di fare qualcosa davvero innovativo nel campo dell’education. Siamo anche molto motivati ad accettare la sfida di Peter D. e batterci per il Global Literacy X price. In palio un premio da 10 milioni di dollari per trasformare l’attuale sistema educativo e portare a ‘scuola’ quei 60 milioni di bambini che attualmente non ricevono nessuna istruzione primaria.

Formare il mio team è stato il momento più difficile da quando sono a SU.

Al GSP 14 siamo 80 partecipanti convenuti qui in California da tutto il mondo (ben 35 nazionalità) con background di ogni tipo: business, imprenditori, medici, tecnici, fisici, ingegneri, creativi, designer. Ognuno con personalità diverse: leader, analitici, pragmatici, motivatori, timidi, critici, nerd…

 

Nell’ultimo mese abbiamo costruito relazioni e rapporti, o meglio amicizie. Abbiamo passato molto tempo insieme, abbiamo fatto esercizi di team building di ogni tipo. Da intense attività di brain-storming fino a notte fonda, a inventare e condividere idee per costruire e testare prototipi al SU lab. Abbiamo anche trascorso weekend in posti meravigliosi della California come Yosemite e Lake Tahoe svolgendo attività di rock climbing e rafting concluse da cene di più di 60 persone. Grazie a questa convivenza sono venute fuori le nostre vere personalità. Mi mancheranno le serate, quando seduti in cerchio  ci raccontavamo le storie più segrete e pazze delle nostre vite. Questa complicità ci ha unito profondamente; non capita ogni giorno di trascorrere, in un luogo così particolare – la struttura Nasa a Moffet Field – così tanto tempo, gomito a gomito con persone incredibili che si impegnano per la tua stessa battaglia, in un atmosfera di sinergia totale.

Eravamo consapevoli però, che sarebbe venuto il momento di scegliersi, di incastrarsi, per creare quell’equilibrio di competenze e capacità fondamentale in ogni squadra vincente.

La tensione è salita in queste settimane anche perché sapevamo tutti fin dal primo giorno quello che i tutor ci ripetevano ossessivamente: “Nella quinta settimana formerete i team. Minimo 3 persone, massimo 5. Lavorerete con una tecnologia esponenziale su un tematica a sfondo umanitario cercando una soluzione che possa impattare un miliardo di persone”.

La settimana prima della scelta delle squadre  è stata la più difficile. La pressione è iniziata a salire quando hanno annunciato il “meno una settimana al team formation”.
Improvvisamente la tensione ha invaso Singulairty University. Gruppi di due-tre persone cominciavano ad appartarsi per parlare. Qualcuno si è sentito escluso, ma le variabili con 80 persone sono infinite e quasi impossibili da controllare. Tutti “flirtavano” con tutti, nessuno prometteva, tranne per alcuni duetti formatisi già dalle prime settimane, e uno o due team da 5 persone già completi consolidatesi da subito. Per tutti gli altri è stato un processo intenso e snervante. Gruppi che si costituivano la sera e la mattina non c’erano più.

E’ certo però che ogni progetto proposto era interessante e incredibile. Chi si occupa del DNA, chi analizza processi cognitivi per curare l’alzheimer, chi con i droni vuole portare l’accesso internet in tutto il mondo, chi cerca di scoprire il gene della longevità. Per tutto questo comunque ammetto che l’esperienza è irripetibile ed unica e che siamo stati dei privilegiati.

La sottoscritta semplicemente e caparbiamente, vuole cambiare il sistema educativo per garantire un istruzione adeguata a tutti. E’ la mia missione. E’ il motivo per cui mi sveglio la mattina. Qualunque altro progetto sarebbe stato entusiasmante e sicuramente stimolante ma non era il progetto che mi faceva battere il cuore.
I dilemmi erano tanti. Puntare sulle persone o sull’idea? Oppure scegliere in base all’area sulla quale voglio lavorare? C’è sempre poi il geniaccio che tutti vogliono e che giustamente si riserva il diritto di scegliere all’ultimo.

L’obiettivo comunque è quello di creare un team diversificato in termini di background e competenze, con le quali si va possibilmente già d’accordo e con una visione generale sulla quale costruire l’evoluzione dell’idea che si ha in mente. L’esercizio da mettere in pratica era: parlare, negoziare, capire, esporsi, ma non troppo, una battaglia quasi politica per “raccogliere voti”,  promuovere le proprie idee, spingere le persone giuste e convincere i più bravi a lavorare con te. Sicuramente una grande lezione di crescita per tutti. Ci sono stati pianti, momenti di insicurezza e di coraggio, delusioni, bagni di umiltà e solitudine.

Poi il giorno del pitch. Un minuto per salire sul palco e “pitchare” le proprie skills, quelle che si cerca negli altri membri del team, le tecnologie con le quali ci interessa lavorare, le 3 global grand challenge alle quali siamo interessati e altri contributi che possiamo apportare nel team. E tutti a prendere appunti. I nostri profili e le foto attaccate sul muro sotto la rispettiva area di interesse delimitavano la mia unica certezza. Lucrezia Bisignani: Education.

Nell’aula principale per il “Team Caucas”, lunedì 21 Luglio , è stata la data fatidica. Il gran finale per comporre le squadre. I team già formati dovevano tenere in mano una bandiera nera. I team in cerca di altre persone una bandiera arancione, gli altri, quelli con nessun team, i cosiddetti “free agents” alzavano bandiera rossa. Nessuno poteva lasciare l’aula finché ogni singola persona non faceva parte di un team. Non avrei mai pensato di arrivare al lunedì con la bandierina rossa cioè “Senza team- Free agent”. Eppure è successo.

Tutte le persone che volevano lavorare nel campo dell’Education si sono direzionate verso Health, argomento molto sentito qui a SU.  Il problema dell’education invece è quello che è una battaglia a lungo termine nella quale è difficile trovare un modello monetizzabile e scalabile. Difficile ma non impossibile. Certamente però richiede persone motivate e appassionate. Dal primo giorno sapevo con chi volevo lavorare e su cosa. Ma è stato veramente difficile mettere insieme il team.

Ci sono stati momenti difficili nel processo di selezione. Non tutti erano a proprio agio a tenere in mano il drappo rosso e hanno cercato immediatamente di aggregarsi ad altri gruppi. E non è stato facile neanche per alcuni essere scelti e finire in team che non erano la loro prima preferenza. Ma se c’è una cosa che predico ogni giorno e ogni ora è quella di seguire la propria passione.

Confesso che sono stata l’ultima a formare il team. Ma ho tenuto la mia bandiera rossa dignitosamente in mano fino all’ultimo. Non mi sono unita a nessun team già esistente perché io voglio lavorare nel campo dell’education e volevo lavorare con una persona in particolare. Ne serviva una terza. Ho atteso e tenuto i piedi piantati per terra senza perdermi d’animo. E ho ottenuto ciò che volevo: competenze specifiche, pragmaticità e quel pizzico di visione futura per immaginarsi un mondo migliore.

Prossime tappe? Sessioni interminabili di brain-storming in settimana poi Startup weekend il prossimo fine settimana in cui dovremo lanciare la nostra idea e formare un prototipo in 52 ore. Sarà duro lavoro ma non sono spaventata.

Un tramonto rosa e viola invade il cielo sopra la NASA, è una buona ora per calzare le mie trainer e andare a correre per scaricare la tensione. E’ così che inizia la seconda fase di Singularity University. Il meglio deve ancora venire.

30 Luglio 2014
LUCREZIA BISIGNANI